PORTO CERVO — «Baracche, tendoni, spiagge sporche diventate bazar di mercanti abusivi, parcheggio selvaggio che distrugge la natura, ecomostri… ». Un tratto di litorale abbandonato in un'anonima periferia urbana? No, è la Costa Smeralda, paradiso (perduto, pare) delle vacanze vip. E a descriverla così sono 400 proprietari di ville e appartamenti. La loro associazione ha scritto una lettera agli amministratori del comune di Arzachena e del Consorzio, supercondominio fra i più esclusivi al mondo del quale fanno parte i 3500 che posseggono residenze, alberghi e esercizi commerciali nel «regno» creato quasi 50 anni fa da Karim Aga Khan, 49˚ imam dei musulmani ismailiti. Nostalgia del principe che 10 anni fa, deluso dai rinvii della Regione Sardegna ai suoi progetti, passò la mano al colosso alberghiero Sheraton? Insofferenza verso la troppa americanizzazione, attribuita all'attuale proprietario, il finanziere californiano Tom Barrack? Così pare. «Una volta c'era la Costa Smeralda, un posto speciale — esordisce la lettera — sinonimo d'eccellenza, ammirata e invidiata da tutto il mondo. Ma ora per volontà o per incapacità di chi dovrebbe proteggerla, la vediamo soggetta a banalizzazione e degrado».
Fra i 400 ci sono uomini d'affari italiani e stranieri, imprenditori della moda, del settore vinicolo, avvocati, notai, medici. Qualche nome (Magli, Abate, Pasqua) filtra. L'architetto Enzo Satta, fra i collaboratori più stretti dell'Aga Khan, sottolinea: «È un’associazione di persone da sempre gelose della loro e dall’altrui riservatezza». Satta è fra gli autori del master plan presentato dell'Aga Khan, prima della vendita alla Sheraton: «Ma il principe Karim con la lettera dei 400 non c’entra».
Decadenza, declino, degrado. «Una volta le spiagge erano bianchissime e pulite, ogni mattina all’alba squadre di operai rastrellavano gli arenili — spiega Satta — ora c'è molta sporcizia e c'è un'invasione di file d'ombrelloni da affittare, chioschi e punti ristoro. La Regione Sarda ha dato troppe concessioni. In altri tempi il Consorzio Costa Smeralda l’avrebbe impedito…».
Fra le novità contestate il Billionaire Rubacuori, dependance (ristorante e bar) sulla spiaggia di Capriccioli della più nota discoteca in collina. Ma a protestare non sono i 400 dell'Apics. Gli abituali frequentatori della baia contestano una decina di gazebo; per fermarli è dovuta intervenire la polizia. A capo della «rivolta» un carpentiere di Arzachena, che ha raccolto qualche centinaio di firme per chiedere la rimozione: «Hanno distrutto sottobosco e piante pregiate — dice Maurizio Pirina — ed è tutto recintato». Proteste anche la scorsa estate: per gli ospiti vip di Briatore fischi e gavettoni. «È tutto in regola— replicano i dipendenti del Billionaire, in corteo dal sindaco — meglio il sacrificio di qualche cespuglio che perdere i nostri posti di lavoro».
Strade disseminate di cartelloni pubblicitari, tendoni sulle banchine, esposizioni e vendita di automobili. «Porto Cervo sembra Las Vegas — riassume Satta — è la progressiva distruzione di una cosa speciale costruita con passione e competenza in oltre 40 anni». Nella lettera c’è anche scritto: «Gli ecomostri abbondano sfacciatamente ». Afferma Satta: «Quando in barca si entrava a Porto Cervo c'era la vista spettacolare di una collina con picchi di granito. Ora lì s'innalza una costruzione di 18 mila metri cubi». Altro cemento a Capo Ferro: otto rustici di ville. «Un tempo il comitato d’architettura del Consorzio vigilava su tutto; senza permesso non era possibile piantare un albero, fare una recinzione e neanche collocare un lampione».
Dal Consorzio Costa Smeralda — Barrack col 25 per cento dei voti ha tutti i posti nel consiglio di amministrazione, i 400 dell'Apics non sono rappresentati — nessuna replica ufficiale, profilo basso: stiamo lavorando per le spiagge pulite, abbiamo attivato controlli e anche un servizio supplementare di ritiro rifiuti; ma molti interventi non sono di nostra competenza. L'Aga Khan tace. Ma in privato non nasconde la sua amarezza: «Se avessi immaginato che sarebbe andata così…».
Alberto Pinna
Fonte: Corriere della Sera